16 gennaio 2021

Città Accessibili a tutti, l’accessibilità si fa cultura

Immagine: persone che camminano in una piazza

Si fa presto a dire accessibilità. Decisamente meno a farne una struttura di pensiero con cui concepire la quotidianità delle persone. Di tutte le persone. Perché, come spesso abbiamo affermato, l’accessibilità non riguarda solo le persone con disabilità, ma la comunità nella sua interezza.

L’accessibilità non può essere settoriale ma richiede un approccio multidisciplinare per diventare “cultura” a tutti gli effetti. Questo è l’obiettivo del progetto “Città accessibili a tutti”, nato per «far crescere la cultura dell’accessibilità e favorire il superamento delle disuguaglianze e delle marginalità sociali». Il progetto è promosso dall’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica), un ente culturale nazionale che promuove e coordina gli studi di urbanistica e di edilizia, ne diffonde e valorizza i principi e ne favorisce l’applicazione.

Città accessibili a tutti” prende il via nel 2016 da un’idea di Luigi Bandini Buti, Giorgio Raffaelli, Iginio Rossi e Fabrizio Vescovo, sotto la presidenza di Silvia Viviani. Alla base c’è la costituzione di una community e di una rete di enti pubblici e privati in continuo ampliamento.

Il lavoro si sviluppa su programmi triennali. Nel corso del primo triennio, dal 2016 al 2019, sono state raccolte e studiate alcune esperienze e buone pratiche di accessibilità sparse lungo tutto il territorio italiano. Sono circa 200 quelle raccolte e racchiuse all’interno di un’atlante online (da consultare qui). Dentro ci sono esperienze di diverso tipo: iniziative di enti pubblici quali comuni e regioni, di musei, bandi, enti privati. Dalla lettura e dall’analisi delle esperienze rilevate sono state redatte delle linee guida utili per la definizione delle politiche integrate.

«Riteniamo che proprio l’assenza di politiche integrate sia uno dei maggiori ostacoli all’accessibilità delle città» spiega l’architetto Iginio Rossi, tra i promotori del progetto. «La tendenza è concepire l’accessibilità come un tema estremamente settoriale, come se gli architetti o gli ingegni lavorassero su fronti diversi senza mai incontrarsi, ad esempio. Accade quindi che le politiche culturali non tengano conto di quelle sociali, che quelle sociali non tengano conto di quelle umanistiche e via dicendo. Questa frammentazione è una condizione molto limitante per chi cerca di lavorare ad un futuro fatto di maggiore autonomia e qualità della vita». Le linee guida non vogliono costituire un manuale, ma «ci sembrava utile individuare indirizzi e orientamenti che possano favorire le istituzioni che vogliano affrontare questo argomento e intraprendere iniziative per favorire l’accessibilità urbanistica».

Città Accessibili a tutti” nasce come dimensione, specifica Rossi, da cui «speriamo derivi una rete di saperi. Quando si parla di accessibilità il rischio è parlare di tutto, fino a diventare sin troppo generalisti. Ecco perché occorre pensare in ottica unitaria, perché in fondo è pur sempre di persone che si parla. E la persona rappresenta una relazione con il territorio e con diversi contesti».

In particolare il territorio italiano sappiamo essere complesso, sia dal punto di vista geografico che da quello burocratico. E questo è senz’altro motivo di criticità rispetto ad una visione complessiva di accessibilità e ad una sua attuazione. «Ci sono regioni che hanno lavorato bene nel corso degli ultimi anni – commenta Rossi – ed è indubbio che c’è una maggiore sensibilità diffusa a livello istituzionale sul tema, in particolare tra comuni e regioni». Il regionalismo certo non aiuta «perché per sua natura divisivo e non certo unificante. Non a caso si fa fatica a programmare iniziative nazionali in tal senso».

Ciò che emerge dal confronto delle esperienze raccolte da “Città Accessibili per tutti” è che il tema è scalare, «legato alle persone e alla società, ai contesti culturali che cambiano in continuazione. Anche le città cambiano: sono corpi vivi, organismi dinamici che vivono e talvolta si ammalano e spesso la causa della malattia siamo proprio noi. Non a caso di parla anche di rigenerazione urbana». Ma mentre sui temi dell’urbanistica e dell’ambiente l’attenzione è tanta, sull’accessibilità c’è ancora molto lavoro da fare, a partire dalla formazione universitaria. «Gli stessi architetti, che dovrebbero essere garanti di democrazia dei percorsi urbani e delle città, spesso non conoscono il tema e non ce l’hanno nelle loro corde». Da questa constatazione è nata anche l’idea di un premio dedicato ai lavori sui temi dell’accessibilità a carattere innovativo svolti nell’ambito delle Tesi di Laurea magistrale.

Il principale obiettivo del prossimo triennio di lavori è quella di un patto per l’urbanistica per le città accessibili, partendo sempre da un approccio multidisciplinare e dall’idea che «non esiste stabilità quando si parla di accessibilità: oggi essa ha un significato che tra qualche anno cambierà di nuovo così come cambieranno le nostre città». Ma farne cultura diffusa stimola e aiuta la crescita dei territori così come delle persone. E non solo con disabilità.

Fonte: invisibili.corriere.it

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